Marijuana e uso personale: quadro normativo

Marijuana e uso personale: quadro normativo

L’uso personale e il consumo collettivo alla luce del D.P.R. 309/1990

Nell'ordinamento italiano, la disciplina dei reati concernenti le sostanze stupefacenti e psicotrope è affidata al Testo Unico introdotto con D.P.R. 309/1990.

Numerose le condotte tipizzate allo scopo di tutelare salute ed ordine pubblico: difatti, il sopracitato Testo, fissa i limiti quantitativi per la detenzione di “hashish e marijuana”, specificando, all'interno dell'art. art. 73 comma 1bis, i criteri per l'apprezzamento della finalità ad uso personale, ed i relativi limiti riguardo alle percentuali di principio attivo (tetraidrocannabinolo/THC) contenuto nella stesse.

Il principale parametro, indice della destinazione d’uso, ci è dato dalle modalità in cui la sostanza viene rinvenuta: eventuali frazionamenti o strumenti per la pesatura sono indicativi di una ipotizzabile destinazione a terzi [quali bilancino di precisione, contenitori per la vendita ecc.].

Dalla giurisprudenza si ricava, inoltre, il principio secondo cui l’onere di provare una differente destinazione d’utilizzo dall’uso personale, spetta in giudizio all’accusa; principi cardine incidenti in un eventuale giudizio sono, peraltro, quelli della valutazione congiunta delle circostanze previste dalla norma in esame.

Quanto al consumo collettivo, non è penalmente rilevante nei casi in cui la sostanza sia destinata all’utilizzo personale degli appartenenti al gruppo che la detengono assieme: è penalmente irrilevante il rinvenimento di un quantitativo di sostanza stupefacente che superi i limiti stabiliti dalla Legge ma che, per la sola quantità, non sia indicativo di una co–detenzione a fini di spaccio.

La pronuncia della Cassazione

A tal riguardo, la Cassazione Penale con la sentenza n. 52104 del 15-12-2014, accoglieva il ricorso avverso la sentenza della Corte d’Appello di Trieste del 13 marzo 2013 che a sua volta confermava la sentenza di condanna emessa dal Gup del Tribunale di Trieste il 12 gennaio 2011, in sede di giudizio abbreviato nei confronti di P.D., per il reato di cui al sopracitato D.P.R. n.309 del 1990, art 73, per aver ceduto canapa indiana a due persone rimaste ignote.

Sulla base dell’ accertamento dell’uso “esclusivamente personale in comune”, la Cassazione impose l’annullamento della sentenza impugnata “perché il fatto non sussiste”.

L’irrilevanza penale della detenzione per uso personale

Al fine di sostenere l’irrilevanza penale della detenzione per uso personale in comune, devono ricorrere determinate condizioni, tra le quali:

  • l’acquirente deve essere uno degli assuntori;
  • l’acquisto deve avvenire per conto degli altri componenti del gruppo [il consumo, tuttavia, non richiede una fruizione contestuale];
  • l'evidenza circa l’identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all’acquisto;
  • la compravendita della sostanza deve avvenire esclusivamente tra i consumatori senza l’intervento di intermediari procacciatori.

Al contrario, il consumo in questione è penalmente significativo unicamente se difetta la prova della parziale coincidenza soggettiva tra acquirente e assuntore dello stupefacente, ovvero non emerge la volontà condivisa di procurarsi la sostanza destinata al paritario consumo personale.

Ancora, quando non vi è certezza, sin dall’inizio del fatto, dell’identità dei componenti il gruppo e non è manifesta l’intesa raggiunta in ordine al luogo e ai tempi del consumo.

Si noti, però, come il consumo di gruppo deve essere valutato anche alla luce di circostanze in grado di conferire un concreto significato alla configurabilità, o meno, del consumo di gruppo.

A titolo di esempio, sono indici idonei ad attribuire rilevanza penale ad un consumo di gruppo, l’inversione di marcia, a fronte di un controllo su strada, tentando di eludere l’intervento della polizia, ovvero le contraddittorie dichiarazioni rese dagli indagati nell’immediatezza dei fatti circa le modalità dell’acquisto.

Potenzialmente significativo, il valore economico globale della sostanza detenuta rispetto alle condizioni patrimoniali dei consumatori.

In conclusione, è possibile predicare la sussistenza del consumo di gruppo quando emergono circostanze idonee a dimostrare l’omogeneità della condotta del procacciatore rispetto allo scopo di consumo insieme agli altri componenti del gruppo.

Da queste premesse quindi si evince la possibile riqualificazione della detenzione in questione quale co–detenzione, ed impedisce in punto di fatto di connotare la condotta così strutturata come volta alla cessione di sostanza a terzi, evitando l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti.

Dott. Matteo ESPOSITO