Salute e protrazione del regime custodiale

Salute e protrazione del regime custodiale

La sentenza della Corte di Cassazione del 5 maggio 2021 n. 22245, offre lo spunto per interrogarsi su un’interessante questione relativa alla protrazione del regime custodiale come potenziale elemento di aggravamento delle condizioni di salute di un soggetto sottoposto a misura detentiva. 

VICENDA PROCESSUALE

Il Tribunale di Catanzaro, sezione per il riesame, respingeva l’appello proposto nei confronti di tizio, indagato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. (reato di associazione di tipo mafioso) confermando l’ordinanza di rigetto dell’istanza di sostituzione della misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, anche mediante ricovero in una struttura ospedaliera.

Il medesimo Tribunale respingeva le istanze difensive, sulla scorta delle conclusioni della perizia medico-legale, nella quale veniva dato atto che l’indagato era portatore di determinate patologie ma che le sue condizioni di salute risultavano assolutamente compatibili con il regime custodiale.

Inoltre, dalla relazione sanitaria del carcere, discendeva che il ricorrente necessitasse di un intervento chirurgico, in quanto affetto da “fistola perianale cronica recidivante” e che tale operazione non fosse considerata urgente, a seguito delle interruzioni degli interventi ordinati dovuti alla situazione pandemica COVID-19 e delle discrete condizioni del paziente.

La difesa del prevenuto spiegava riscorso per Cassazione avverso detta ordinanza, per violazione di legge e vizio di motivazione, in ordine agli artt. 275 c.p.p. comma 4-bis, 286-bis c.p.p., comma 3, art. 299 c.p.p., comma 4-ter adducendo come il giudizio “diversamente da quanto ritenuto dai giudici dell'appello, può essere fondato non necessariamente su una diagnosi di incompatibilità con il regime carcerario, ma anche sulla prospettazione di una situazione patologica tale da non consentire la prestazione di cure adeguate in carcere

In aggiunta, il Tribunale nulla esprimeva in ordine alla richiesta di ricovero provvisorio di tizio (ex art. 286-bis c.p.p.) avendo lo stesso perito medico richiesto un intervento medico-chirurgico per la fistola perianale e una conseguente biopsia prostatica.

Come ultimo motivo di doglianza, la difesa lamentava come il Tribunale non avesse disposto alcuna rinnovazione delle valutazioni peritali, alla luce dello stato di salute di Tizio, congiuntamente alla situazione pandemica Covid-19 che ha provveduto a procrastinare lo stato emergenziale.

DECISIONE DELLA CORTE 

La Cassazione si pronunciava il 5 maggio 2021 risolvendo la controversa vicenda, ritenendo fondato il ricorso e disponendo l’annullamento con rinvio dell’ordinanza.

Più in particolare, gli Ermellini basavano la propria decisione sull’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità,  secondo cui “la valutazione della gravità delle condizioni di salute del detenuto e della conseguente incompatibilità col regime carcerario deve essere effettuata sia in astratto, con riferimento ai parametri stabiliti dalla legge, sia in concreto, con riferimento alla possibilità di effettiva somministrazione nel circuito penitenziario delle terapie di cui egli necessita”[1].

Inoltre, la sostituzione del regime carcerario con una misura meno afflittiva, non richiede che il detenuto si trovi in pericolo di vita, dovendosi, al contempo assicurare che il prolungamento dello stato detentivo non determini un aggravamento delle condizioni di salute del soggetto, anche in considerazione del periodo pandemico.[2]

Sulla scorta di queste considerazioni, i Giudici rilevavano come la situazione emergenziale in cui versava il ricorrente, non fosse stata valutata in maniera accurata dal Tribunale, non disponendo lo stesso alcun accertamento su quanto prospettato dalla difesa, in ragione delle valutazioni medico legali. Queste ultime, infatti, riportavano sicuramente un quadro clinico di non particolare gravità ma al contempo la necessità di un intervento chirurgico per evitare che la fistola perianale potesse negativamente trasformarsi in cancrena nonché l’effettuazione di una biopsia prostatica.

Per questi motivi e sulla base del percorso argomentativo, la Suprema Corte non lasciava spazio a dubbi interpretativi e chiariva che l’accertamento medico, ex art. 299 c.p.p. comma 4-ter, è “lo strumento immediato e diretto per l'accertamento della situazione di incompatibilità (o comunque delle complessive necessità di cura, ivi compreso l'eventuale ricovero provvisorio), dettato nell'interesse della persona sottoposta alla misura”. Accertamento questo che, nel caso di cui si discute, risultava condizione necessaria alla luce della situazione pandemica e dei ritardi negli interventi terapeutici ordinari.

In ragione di queste considerazioni e della mancata risposta da parte del Tribunale sulla richiesta di ricovero provvisorio, ex. art 286- bis, con riguardo agli accertamenti diagnostici e terapeutici, la Corte, sulla scorta dei nuovi elementi emersi, disponeva l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.

 

NOTE:

[1] (Sez. 2, n. 25248 del 14/05/2019, Ramondo, Rv. 276969; Sez. 6, n. 4117 del 10/01/2018, Calì, Rv. 272184).

[2]  “Dovendosi, più semplicemente, assicurare che l'offerta terapeutica risulti adeguata rispetto alla gravità delle condizioni di salute del condannato e dovendosi, al contempo, evitare che la protrazione dello stato detentivo si ponga come fattore di potenziale aggravamento delle patologie, con una valutazione da operarsi in concreto e alla luce dell'emergenza sanitaria da COVID-19 “(Sez. 1, n. 35772 del 20/11/2020, Furnari, Rv. 280126).

Dott.ssa Giulia SANTUCCI