Parto anonimo: il diritto del figlio a conoscere le proprie origini con riferimento al periodo successivo alla morte della madre

Parto anonimo: il diritto del figlio a conoscere le proprie origini con riferimento al periodo successivo alla morte della madre

LA QUESTIONE GIURIDICA

In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione. Ciò dovrà avvenire con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna.

Il diritto del figlio a conoscere le proprie origini ed accedere alla propria storia parentale costituisce un elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona che trova fondamento implicito negli artt. 2, 3 Cost. e 8 CEDU. Esso costituisce una delle componenti più rilevanti del diritto alla identità personale che accompagna la vita individuale e relazionale non soltanto nella minore età, ma in tutto il suo svolgersi. L’incertezza su tale “status” può determinare una condizione di disagio ed un “vulnus” allo sviluppo adeguato ed alla formazione della personalità riferibile ad ogni stadio della vita.

Deve tuttavia osservarsi che, nel bilanciamento dei valori di rango costituzionale, al cospetto del diritto al riconoscimento dello status di filiazione, quello della madre a mantenere l’anonimato al momento del parto si pone comunque in posizione preminente. Quest’ultimo infatti, è finalizzato a tutelare i beni supremi della salute e della vita, oltre che del nascituro, della madre, la quale potrebbe essere indotta a scelte di natura diversa, fonte di possibile rischio per entrambi ove, nel momento di estrema fragilità che caratterizza il parto, la donna che opta per l’anonimato avesse solo il dubbio di poter essere esposta, in seguito, ad una azione di accertamento giudiziale della maternità.

Ciò posto, il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità.

Il decesso della madre costituisce, tuttavia, una circostanza di particolare delicatezza poiché in tal caso è impossibile procedere all’interpello.

Nell’ipotesi in cui questa sia morta senza revocare la scelta dell’anonimato, il diritto dell’adottato di conoscere le generalità della madre biologica non può più essere esercitato, avendo il legislatore fissato in 100 anni dalla nascita del figlio il termine per l’accesso ai dati ai sensi dell’art. 93 D.lgs. 196/2003.

LA PRONUNCIA DELLA PRIMA SEZIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 19824/2020

La Prima Sezione della Corte di Cassazione ha escluso espressamente che, in una simile evenienza, il diritto all’anonimato della madre integri un vero e proprio diritto fondamentale bilanciabile con il diritto alla conoscenza della propria identità.

Venendo meno per effetto della morte della madre l’esigenza di tutela dei diritti alla vita e alla salute, che era stata fondamentale nella scelta dell’anonimato, non vi sono più elementi ostativi non soltanto per la conoscenza del rapporto di filiazione, ma anche per la proposizione dello status di figlio naturale ex art. 269 c.c.

L’irreversibilità del segreto sull’identità della madre naturale non è più compatibile con l’attuale configurazione del diritto all’identità personale, così come desumibile dall’interpretazione integrata degli artt. 2 Cost e 8 CEDU.

Tale soluzione si impone per una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 93 D.lgs. 196/200: lo sbarramento temporale di 100 anni non è infatti temperato, per il periodo successivo alla morte della madre, dalla possibilità di verifica della eventuale sopravvenuta volontà di revoca della scelta compiuta alla nascita.

Ne consegue che, il diritto all’anonimato, dopo la morte della madre, è suscettibile di essere compromesso o indebolito, in considerazione della necessità di fornire piena tutela al diritto all’accertamento dello status di filiazione. Anche l’esigenza di tutela dei diritti degli eredi e discendenti della donna che ha optato per l’anonimato non può che essere recessiva rispetto a quella del figlio che rivendica il proprio status.

Dott.ssa Francesca LO STERZO